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Sotto la coda

Sotto la coda di Trump (non esattamente il luogo più pulito al mondo) brilla un ciuffo biondo. Non può essere quello di Orban, bianco con la riga al centro ed il pensiero a destra. È quello dell’italica Melona. 

Stretta tra un partito analfabeta (il suo), uno spaccato (la Slega), uno che ancora affila le zanne (Furto Nazionale) e un altro rapidamente in fuga verso il centro (Tajenda), alla Sgarbatella non resta che giocarsi – come altre volte – la carta estera. 

Così, mentre l’Europa è in cerca di un Mazzini che sappia farne uno Stato, incastrando mattoncini tanto scompaiati per materiali e dimensioni, la nostra BB (Bassa&Bionda) snobba la vicina Baviera per zampettare invece tra Addis Abeba e Washington: tra il vecchio impero ed il nuovo. Tra faccette nere di un tempo ed altre (ancor più nere) d’oggidì. 

A Monaco l’urlatrice avrebbe potuto ritagliarsi un posto nella Storia. Sta alla guida di un governo al momento tra i più stabili nel continente, compatriota di quel Mario Draghi che della nuova Europa ha steso su carta le ragioni e il progetto. Chi più di lei avrebbe potuto rivendicare un ruolo primario nel nascente Stato Federale Europeo, accanto a Francia, Germania e Gran Bretagna?

No. Ha preferito tenersi alla larga ed inscenare in Etiopia un nuovo teatrino per sollevare, in omaggio al Rubytrump, il consueto polverone antimigratorio, assicurandosi in tal modo una poltroncina di seconda fila nel cosiddetto «Board of Peace»: quel comitato d’affari (loschi) che la popolana si impegna ad osservare non troppo dall’interno ma neanche troppo dall’esterno. 

Eppure, mai come adesso indossare il costume di Arlecchino sembra esser diventato tanto inopportuno quanto fuori moda. 

In un mondo che già troppi cercano di dipingere in tre soli colori (che USA e Cina vorrebbero ridurre a due), ventisette toppe malcucite e tanto differenti tra loro sembrano aver infine preso coscienza che è tempo di indossare quell’abito blu che la bandiera comune promette e che l’età adulta impone. Se davvero si vuole a pieno titolo entrare a far parte del consesso politico internazionale.

L’Africa ha certo la sua grande importanza, ma non è strizzando l’occhio all’ex colonia che si ferma la crescente presenza cinese nel nuovo continente. La Sgarbatella può forse portare sorrisi e promesse, ma la Cina, ha portato la metro e i grattacieli ad Addis Abeba, i grandi approdi in Eritrea e un efficiente sistema stradale e ferroviario. Ed osservare da lontano i magna-magnati edificare a Gaza una nuova Mar-a-Lago, senza averne in cambio che qualche interessato sorriso da parte dello spelacchiato cinghiale di Washington, non fa avanzare di un solo passo l’Italia. Anzi! Non è con quell’evanescente inchiostro che si scrivono i libri di Storia. Grandi e piccole dittature, da Mussolini a Hitler, da Salazar a Franco, per non parlar del Sudamerica, non son durate che poche decine di anni. Le nazioni ben governate prosperano da secoli. 

L’italica BB ha dalla sua una sola scusante: non si vede all’orizzonte, nel Paese,  alcuna valida alternativa. Né tra gli schieramenti che più o meno controvoglia la circondano, né tra quelli sparpagliati nel campo troppo largo di una disorientata opposizione: priva non soltanto di un comune ideale, ma della lontana parvenza di una qualsiasi idea.

Eppure un’idea ci sarebbe. Eccome. La sola per la quale un Italiano dovrebbe oggi sentirsi pronto a combattere: l’idea di un’Europa che si faccia finalmente Stato, con una sola moneta, dei confini certi, una costituzione, un parlamento, un governo, un capo di Stato. 

Un’idea, come altre nate in un Paese ormai incapace di asfaltare una strada o di far marciare i treni, progettata in Italia ma inevitabilmente destinata ad esser realizzata all’estero.

Triste destino del «Made in Italy».  

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