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Osservitori

Osservatrice o servitrice? Quale ruolo per l’Italia nel business politico-immobiliare dell’attesa ricostruzione di Gaza, in realtà sopra Gaza? 

Son già due i ministri (politicizzati) italiani che, senza attendere un minuto, si son presto accodati al dittatore americano in quella che si annuncia non soltanto come la più grande speculazione edilizia della prima metà del secolo, ma anche come il definitivo colpo di grazia all’evaporata autorità dell’ONU. Oltreché un’assicurazione personale sul futuro politico del biondo cinghiale, quando prima o poi, con le buone o con le cattive, sarà comunque obbligato ad abbandonare la Tana Bianca. Dopo averla sfregiata, s’intende, a colpi di sale da ballo ed altri abusi all’insegna del kitsch più pretenzioso, inelegante e sgraziato. 

La sola scusante, per i due servitori dello Stato («Giuro di […] esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione»), è quella di aver agito non tanto per interesse personale, quanto per amore. Purissimo amore. 

Amore del potere assoluto (per la Sgarbatella). Di chi lo ha incarnato in passato con camicie nere o brune e di chi oggi lo ostenta col ciuffo dipinto e la cravatta rossa. 

Amore del defunto presidente, Palazzinar De’ Palazzinari, nel caso del fedele ministro degli Esteri, agli ordini di una scalpitante discendenza. 

Quel che il cosiddetto «Board of Peace» («Tavolo della pace», come pacificamente denominato) si proponga in realtà di essere, è noto a chiunque conservi una quantità plurale di neuroni e ben conosca gli usi della pesca d’altura in Florida: il Board è la canna, il dollaro è l’esca, il potere planetario il pescato. 

Trump mette a disposizione barca e canne, al modico prezzo di un miliardo di dollari a partecipante. La zona di pesca è Gaza, tacitamente donata da Israele agli USA in cambio delle mani libere in Cisgiordania. Trasformata la devastata riviera in quel che fu la Beirut degli anni Cinquanta o in un misto tra la Las Vegas e la Dubai di oggi, il miliardo appeso all’amo rientrerà moltiplicato nelle ceste dei pescatori. 

Tutto qui? Manco per sogno. Il modello è destinato a durare. Hai visto mai che in un prossimo domani ci sia da ricostruire Odessa o Kiev, o i paesi Baltici, o la Polonia, o la Finlandia o (perché no?) Cuba o la Groenlandia? 

Il Board resta dunque in piedi: chi c’è c’è, chi non c’è non c’è. E non ci sarà. 

Autodefinendosi «tavolo di pace», di che altro potrà occuparsi in futuro, quanto tutto il ricostruibile sarà stato ricostruito? Si occuperà del mantenimento della pace del mondo. Nobile obiettivo. Rubato con destrezza alla carta dell’ONU, che di tale attività dovrebbe costituzionalmente occuparsi. 

— E cosa cambia? — osserverà qualcuno — Giusto il nome! Quel che davvero conta è il mantenimento della pace! 

Peccato che non sia soltanto il nome, a cambiare, ma anche il padrone: un Consiglio di Sicurezza per buona parte eletto, nel caso dell’ONU; un solo uomo al comando, inamovibile, per il Board. Guarda caso: il Nobel di seconda mano Donald Trump. 

Qualcuno riesce a immaginare un simile Board privato che, pur di conservare la pace nel mondo, adotti quando necessario un ancorché minimo provvedimento punitivo nei confronti degli USA?

Solo due ministri italiani possono (fingere di) pensarlo!

Il «Board of Peace» è la truffa del secolo. Non soltanto per il denaro che nell’immediato si propone di raschiare, ma anche (e soprattutto) perché il vero scopo è quello di imporre le proprie (trumpiane) norme al mondo intero. 

Nell’attuale durissimo scontro tra la vecchia economia materiale e la nuova economia immateriale, il solo ostacolo che quest’ultima si ritrova tra i piedi è l’invadenza della legge. Solo la legge, non il denaro o la piazza, può regolare, limitare o fermare l’immateriale: i satelliti, la televisione, la telefonia planetaria, il GPS, l’AI, i cloud... 

Quale altro significato possono nascondere le ripetute minacce USA nei confronti dell’Europa e della stessa NATO, se non la pretesa di veder per sempre cancellata ogni regola limitativa dei contenuti e della diffusione di quei beni immateriali ancora monopolio americano, ma oggi minacciati da una Cina che s’allarga a macchia d’olio?

Un liberitutti spacciato dai Musk e dai Vance per nuova libertà: la libertà di far uso della violenza e del turpiloquio negli incontri ufficiali alla Casa Bianca, di massacrare gli oppositori nelle piazze, di invadere Paesi in pace o di togliere ogni limite d’accesso ai dati personali facilmente sottratti, analizzati, gestiti, sfruttati, modificati, rivenduti.  

Facile arricchirsi spacciando costosi metri quadri a Gaza. Ma ancor più facile e redditizio sottrarre di tanto in tanto qualche dollaro ad otto miliardi di portatori sani (ed insani) di telefonino. 

Purché, s’intende, si riesca a far sì che ogni Stato a rinunci al diritto-dovere di regolamentarne la diffusione e l’uso di quei beni immateriali. Al momento nelle mani di un solo padrone.

Quella sarà infine l’unica possibile pace: quella del cane rannicchiato nella (non) sua cuccia. 

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