Il fucile è l'arma dei cacciatori, dei militari, dei cecchini. Di chiunque conosca il proprio nemico e sia in grado di riconoscerlo. Dalla divisa, dalla pelliccia o dalla livrea. È un’arma ingombrante. Chi la imbraccia, non può nascondere quel che ha in animo di fare: sparare a qualcuno o a qualcosa di cui ben conosce il nome. Spesso anche il cognome.
L’arma più amata da tutte le mafie, dai mammasantissima fino agli ultimi prezzolati, è invece la mitraglietta. In particolare la mitica Tommy Gun, più confidenzialmente nota, nella Chicago anni Trenta, come «macchina per scrivere». Piccola quanto basta per infilarla dentro una borsa o imboscarla tra le falde del soprabito.
Non è fatta per colpire con precisione, come un fucile. O a sorpresa, come una pistola. È fatta per spaventare, prima ancora che per uccidere. Per sventagliare pallottole a trecentosessanta gradi senza indirizzarle contro un bersaglio preciso. O meglio: avendo per bersaglio il mondo intero. «’Ndo coje, coje!», come direbbero a Roma.
Sarà per quello che il fucile mitragliatore, con gli esplosivi, è anche lo strumento più amato dalle bande terroriste. Da quelle persone di scarso o nessun valore che, anche nel dare la morte, antepongono la quantità alla qualità.
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Il Tommy Gun, non a caso, è anche l’arma (solo verbale, ma non si sa per quanto) preferita dallo spensierato spensatore di Washington.
Collocate un qualsiasi presidente davanti ad un qualsiasi microfono.
Un oratore di spirito pistolero terrebbe le armi (verbali) nella fondina, pronto ad estrarle in un millesimo di secondo qualora dovesse rispondere a bocca armata a qualche azzardata o folgorante domanda.
Un fuciliere si lascerebbe invece scaricare addosso di tutto, restando prudentemente al riparo ma aggiustando accuratamente la mira per stendere infine l’interlocutore con un solo preciso colpo mortale.
Un mafiosetto di periferia, nudo senza il mitra in mano, ancor prima di comprendere il senso di un’innocua domanda rivoltagli del più innocuo dei giornalisti, incollerebbe il dito al grilletto e comincerebbe a sparare a raffica contro qualsiasi bersaglio, o non bersaglio, animato o inanimato. Ora con una sventagliata di dazi rivolta all’intero pianeta, ora coi campionati mondiali di maleducazione ai danni dell’eroico Zalensky, ora minacciando i regnanti di Gran Bretagna e Danimarca, ora mostrando le zanne al tranquillo gregge europeo. Ora prendendosi gioco di quelle nazioni vicine che coronano l’ex Golfo del Messico, prontamente ribattezzato «Golfo d’America» non meno velocemente di quanto il Ministero della Difesa lo sia stato in Ministero della Guerra.
Dimmi come spari – a pallottole come a parole – e ti dirò chi sei.
Sfida il tuo nemico in un duello all’alba sulla main road, e sei Clint Eastwood. Spara alle bottiglie e ai lampadari nel saloon, e sei un mandriano. Spara sul pianista, e sei un vigliacco. Spara ai banditi in fuga, e sei uno sceriffo. Spara al tiranno con un fucile di precisione, e sei un giustiziere. Spara al nemico dal fondo della trincea, e sei un eroe di guerra. Spara contro una tigre nella giungla malese, e sei un cacciatore. Spara contro uno sconosciuto indicatoti da chi paga, e sei un killer di professione. Spara contro chiunque ti capiti a tiro, senz’altro motivo se non quello di sentirti più forte e far sapere al mondo che esisti, e sei un infelice, ignorante e disumano picciotto di mafia.
Oppure sei il Presidente degli Stati Uniti d’America. E neppure te ne vergogni.
E, quel che è peggio, neppure il tuo Paese pare più capace di vergognarsene.

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