— Fate i bravi, o vi prendo a cinghiate e vi sbatto fuori dall’aula!
Questa è l’idea di pace che il piccolo padrino della Tana Bianca coltiva dentro di sé, nella speranza di poterne un giorno raccogliere un Nobel. Magari autentico.
L’idea di un indegno maestrino, temibile quanto può esserlo un adulto tra i bimbi di una classe elementare, che alza la voce (e le mani) nel tentativo di imporre con la forza la propria idea di ordine.
Ordine inteso non come strumento per disciplinare e far crescere quell’indomabile congrega di scalpitanti discepoli, ma l’irrinunciabile premessa per silenziare la classe e meglio potersi immergere tra le pagine sportive del quotidiano locale.
Del futuro dei bimbi gliene frega una mazza. Asino, malvagio e ignorante come ogni mafiosetto di provincia, quei piccoli non sono per lui che un insignificante apostrofo di seccature tra l’alta concezione di sé e l’insoddisfacente stipendio. Per incicciare il quale, gli alunni sarebbe persino disposto a venderseli.
Ergersi a maestro del mondo e cercare di imporre una pace purchessia (foss’anche eterna), a suon di strilla e bacchettate, è la misera trovata che sta alla base del cosiddetto «Board of Peace». Non «tavolo» di pace, ma cattedra. Dove il maestro è uno soltanto, circondato da interessati e ancor più ignoranti bidelli. Speranzosi di ricavarne ciascuno il proprio minuscolo profitto: uno zainetto, un portamatite, un vecchio telefonino...
Sul palco di questa brutta tragicommedia, che vede in scena un pessimo attore, ancor peggiori comprimari ed uno stuolo di malmenate comparse, c’è tuttavia anche un «osservatore»: un arlecchino servitor di due padroni che non ha il coraggio di mettersi in gioco e recitare sul palco, ma neppure intende contenersi nel ruolo di semplice spettatore, come invece prudentemente fa ogni persona di senno, ben cosciente che la normalità e la pacifica convivenza son più facili a trovarsi nel buio di un’ordinata platea che non tra le colorate luci della ribalta.
E quale altro (non) uomo di (brutto) spettacolo avrebbe potuto proporsi nell’arlecchinesca veste di «osservatore» (di due padroni), se non il ministro di un’arlecchinissima Italia?
C’era una volta, nelle scuole di quella stessa Italia, povera ma forse più saggia e felice, la figura dell’«uditore»: creatura paramitologica a metà strada tra il maestro e l’allievo.
Il dizionario della lingua italiana lo definisce come colui che «senza essere iscritto, è ammesso a frequentare le lezioni di un’università o di una scuola, senza tuttavia avere diritto a sostenere esami e a conseguire un diploma alla fine dei corsi».
Un guardone, diremmo oggi, con un filo di disprezzo. O un disinteressato amante della conoscenza e del sapere, avremmo detto allora.
Allora.

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