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Slegati

Non poteva che finire così. Una Destra (quella vera) o è conservatrice, o non è. E la Lega, conservatrice non lo è. O meglio, lo è solo in parte: in quella Padania dove è nata, in quelle amministrazioni locali dove ha saputo dare il meglio di sé. 

Esistono (esistevano?) due Leghe. Una, fino ad oggi messa all’angolo, conservatrice e di destra; un’altra rivoluzionaria, dunque neofascista: la falsa «destra» di chi non possiede nulla degno d’esser conservato e molto da rubare a chi invece lo conserva. 

Quei pochi reduci della (vera) Destra italiana, quella liberalrepubblicana dei Malagodi e dei Montanelli, svolazzano dalle parti di Forza Italia, i cui fondatori hanno parecchio da conservare, incluso il nome del fondatore: presidente ancorché defunto.   

Gli ignoranti e squattrinati parvenu di Fratelli d’Italia con quella Destra han ben poco a che fare. Rimpiangono il Fascismo (con la «F» maiuscola), ma devono accontentarsi (per ora) del neofascismo. Sebbene fra i tanti adepti non manchino alcuni personaggi orientati verso una vera Destra. Se non altro perché qualcosa da conservare, grazie al partito, l’hanno in qualche modo conquistata: si tratti del prestigio della carica istituzionale o delle rendite che da essa conseguono. Si nasce rivoluzionari e si muore conservatori: i bimbi strillano e battono i piedi; i vecchi elargiscono buoni consigli. 

In una compagine di governo che mescola insieme un’anima di Destra (Lupi, Tajani, Giorgetti, Zaia, Crosetto) con quella neofascista (Meloni, Salvini, Borghi), la Lega è il partito in cui lo scontro tra l’infanzia rivoluzionaria di Pontida e l’animo conservatore di una classe dirigente apprezzata a livello locale, è inevitabilmente giunto a un punto di rottura, incarnato dalla clamorosa (ma non inattesa) scissione che porta la firma dell’impolitico Vannacci. 

A pagarne il conto non saranno certo gli Zaia o gli altri ottimi amministratori che la Lega ha saputo nel tempo esprimere, quanto invece l’ampia componente neofascista rappresentata in primis dal medesimo Salvini, seminatore di panzane e malcontento prima ancora che di buongoverno. 

Ne ha sparso così tanto, di malcontento, e tanto lo ha concimato, da farlo crescere più alto di lui. E a raccoglierne i velenosi frutti è comparso – non certo all’improvviso – il «pugile» (così si è autodefinito) Vannacci. Con un nuovo pataccone elettorale che all’immancabile tricolore sovrappone il nome «Futuro Nazionale»: esplicita dichiarazione antieuropeista, in odor di rubli, che preclude ed esclude qualsiasi idea di possibile integrazione federale europea. 

Non è detto che la scissione non rappresenti infine un bene tanto per la Lega che per il Paese, consolidando nel partito la componente legalitaria di destra e scacciando in direzione Vannacci la zavorra dei nullatenenti nullafacenti e nullapensanti neofascisti. 

Una Lega così depurata, più vicina ai padroni di Tajani che non ai pantaloni della Meloni, non potrà non indebolire lo stesso Salvini, che di un Vannacci è soltanto la radice cubica. Come reso evidente dalle scomposte reazioni del mancato pontefice nei confronti del generale sbucato dalla trincea, condite da vibranti accuse di «tradimento» e da un cogente invito a dimettersi dal Parlamento europeo.

Di «tradimento» non esiste ovviamente alcuna traccia, dal momento che il neo-neofascista non soltanto non ha mutato il proprio pensiero, ma l’ha anzi meglio precisato e  distinto. E i voti europei sono di sua esclusiva proprietà: temporaneamente prestata alla Lega ed ora doverosamente restituita.

È uno strillare scomposto, quello di Salvini, a cui fa da netto contrappunto il sereno invito di Zaia: «Avanti così!». Perfetta sintesi dell’avvenuta e digerita mitosi vannacciana: due nuove leghe sono nate, una più adulta e l’altra ancora infante.  

A dispetto di quanto promesso dal nome, «Futuro Nazionale» non ha davanti a sé alcun futuro, come non lo ha chiunque volga il proprio sguardo al passato, che di ogni futuro è l’esatto contrario. E neppure può sperare di crescere: le famiglie si allargano quando si uniscono, non quando si dividono. 

Neanche Salvini, d’altronde, derubato della propria base, può dormire sonni tranquilli: inviso alla (vera) destra berlustajana e abbandonato dai neofascisti meloniani, avrà forse più tempo per ammorbare il web con arditi modellini di ponti d’ogni (non)fatta, ma ben poco inchiostro per i libri di Storia. 

La componente neofascista al governo manterrà complessivamente il suo peso, con un Salvini dimagrito compensato da un Vannacci acchiappascontenti, insidiata da una destra conservatrice in lenta ma costante ascesa, con più d’un Calenda che già le ronza intorno.   

La strada verso un cambio di governo sarebbe ora più larga, se solo ci fosse in giro qualcuno in grado di riconoscerla e voglioso di percorrerla. 

Ma quel qualcuno ancora non c’è. 

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