Fermare il dittatore USA non sembra troppo difficile. A dispetto della urla scomposte, delle bombe e dei missili, ci si attende che le elezioni di medio termine del Congresso degli Stati Uniti (Novembre 2026) esprimano un risultato sfavorevole alla Presidenza, mentre crescono nel contempo delusione e sconcerto tra i suoi stessi sostenitori, feriti al portafoglio da un’economia drogata e da un dollaro precipitato a 85 centesimi di euro. Trump, che ne è ben consapevole, ha conseguentemente accelerato la politica di conquista e di rapina. Ma potrebbe più o meno inavvertitamente pestare qualche piede sbagliato. Fra i tanti che la Cina ha sistematicamente dislocato negli angoli più in ombra del pianeta, dall’Himalaya al Nilo.
Fermare il criminale russo, blindato nei palazzi e circondato dai fedelissimi (i soli rimasti vivi), è certo più difficoltoso, ma non impossibile. La Russia è una finta nazione. Collage di più popoli, né lavora né produce: compra all’estero tutto quel che le occorre per sopravvivere, armi e mercenari inclusi. E non è detto che Cina e Nord Corea possano, debbano o vogliano fornirgliene all’infinito.
Se Putin non può esser cacciato col voto popolare – come ci si augura presto avvenga per il facciaculista americano – il vero nemico di Putin è la fame. Non basta avere oro, diamanti, gas, petrolio, uranio e cobalto nel sottosuolo: occorre anche saperli estrarre, lavorare, vendere: operazioni che nessun Russo allevato a vodka è oggi in grado di svolgere.
Se Trump e Putin sono dunque la più pericolosa e imminente minaccia per la sopravvivenza del mondo, non resta che volgere lo sguardo al dittatore cinese, anch’egli tuttavia non immune da malcelati appetiti nei confronti di Taiwan, Sud Corea, Indocina, Giappone. Sconci desideri che, tuttavia, solo in apparenza lo affratellano ai due decerebrati russoamericani, perché ben diverse sono le vitali necessità di quell’immenso Paese.
Da trentacinque anni gli USA sono usciti dall’Età Industriale; in Russia quell’Età non ha mai avuto inizio; in Cina mostra i primi segni della vecchiaia; in India è al massimo fulgore; in Africa è appena nata, concentrata al momento sull’industria tessile.
La produzione industriale necessita della pace almeno quanto il corpo abbisogna del sangue: le merci non soltanto vanno prodotte, ma anche trasportate e vendute. Occorrono frontiere aperte, porti ed aeroporti agibili, monete stabili, accordi internazionali osservati e rispettati. E ripudia (quella sì!) ogni guerra: nessuno comprerà mai un frigorifero, una lavatrice, un tavolo, una lampadina o un pannello solare per una casa che più non esiste, demolita da un razzo o da una bomba, o rubata da un invasore.
Alla Cina e all’India la pace potrà anche non piacere. Ma senza pace non c’è commercio, e senza commercio non c’è industria.
No pace? No pane.
Quattro parole che invece non valgono nella Russia di Putin, dove pane e companatico provengono dal ricco sottosuolo del Paese più vasto al mondo, in gran parte disabitato.
E valgono ancor meno negli USA di Trump, dove il pane nasce da quei beni virtuali postindustriali fatti non più di pietra e d’acciaio, ma di dati ed algoritmi: dai software che fanno marciare tutti i computer ed i telefonini nel mondo (russi e cinesi inclusi); tutti gli aerei, i treni e le automobili del mondo (GPS); tutte le comunicazioni del mondo (reti satellitari); fino ai diritti televisivi e cinematografici, ai brevetti. Beni immateriali, dunque indistruttibili. Che non soltanto non temono la guerra ma, al contrario, proprio in tempi di guerra diventano necessari se non indispensabili, moltiplicando il valore. Perché se è vero che per lanciare un missile intercontinentale è sufficiente un pulsante posato sul comodino accanto al letto, per condurlo a destinazione occorrono invece estese reti satellitari e sofisticati sistemi di guida, che le imprese americane son pronte a vendere al miglior offerente.
No pace? Tanto, tantissimo pane!
La guerra, in breve, è per gli USA un business non meno di quanto la pace lo sia per la Cina.
Per questo, al di là di ogni stretta di mano e di ogni rappacificante discorso, il solo vero conflitto di interessi è oggi quello tra USA e Cina. Con una Russia sempre più relegata sullo sfondo: benzinaro al servizio delle fabbriche cinesi e/o spauracchio di quell’Europa frantumata che gli USA vorrebbero nuovamente ai loro piedi.
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Se le due famigghje in lotta sono dunque USA e Cina, per quanto le urla scomposte di un Trump o le spudorate menzogne di un Putin tentino di nasconderlo, come poter distinguere – in questo nuovo quarto di millennio – gli amici dai nemici? Da quale parte è bene schierarsi, per meglio salvaguardare l’identità, la libertà, il benessere, la pace del proprio Paese?
La prima risposta è elementare quanto impossibile: dalla parte dell’Europa! Se solo un’Europa esistesse...
Di Europe ne esistono ben tre (Unione Europea; Area Schengen; Eurozona) più una quarta ancora in fasce (Europa della Difesa, o dei «volenterosi»). Ma non esiste uno «Stato Europeo», o qualsiasi altra cosa che pur lontanamente gli somigli: con una Costituzione; con poteri legislativi, esecutivi e giudiziari; con un Parlamento, un Governo ed un Capo di Stato; con una moneta comune, dei confini comuni, una difesa comune.
Scartata questa (im)possibilità, il campo dei possibili amici si restringe ad USA e Cina.
Se gli USA significano guerra (perché dalla guerra guadagnano) e la Cina significa pace (perché nella pace prosperano), dovrebbero gli Stati europei – interessati a sopravvivere – guardare forse con maggiore attenzione ad Oriente che non a Occidente? O, meglio ancora, verso Sud? Verso quell’Africa sempre più cinese ma che ancora conserva più d’una traccia di italianità: dalla lingua, ancora viva in Etiopia ed Eritrea, alle molte industrie che operano nella zona franca di Borg El Arab, in Egitto. Verso quel continente che la Cina ha già calzato e vestito, ed ora in via di rapidissimo sviluppo, tra strade, ferrovie, porti, aeroporti, fabbriche e città dove già spuntano numerosi i grattacieli?
È certamente vero che quell’ultimo sussulto d’Età Industriale che per l’Africa rappresenta il futuro, per Europa altro non è che il proprio passato. Passato remoto, per il Regno Unito; passato prossimo, per Italia o Germania. Ma pur sempre passato.
Scegliere la Cina significherebbe allora inchiodarsi al passato rinunciando a protrarsi verso il futuro?
No. Passato e Futuro sono concetti relativi: temporanei e non eterni per loro stessa natura. Il passato degli USA è oggi il futuro dell’Africa. Senza scordare che, compresso tra passato e futuro, esiste anche un presente. Che per gli Stati europei non può che essere uno ed uno soltanto: cooperare per dar vita al più presto ad un vero Stato Federale Europeo, con pieni poteri nelle materie di interesse comune: Economia, Fiscalità, Esteri, Difesa.
Dovesse esser quello il futuro degli Stati europei, inevitabili sarebbero un progressivo riavvicinamento dell’Europa alla Cina ed una maggiore attenzione italiana all’Africa.
Perché la Cina avrà bisogno dei mercati europei per elevare la qualità di una produzione che si avvia a diventare postindustriale, e l’Europa di domani avrà necessità di nuovi ricchi mercati dove poter vendere le proprie (costose) eccellenze alimentari, artigianali, artistiche. Esattamente quel libero commercio che gli USA del trinariciuto ingiallito han fin qui in ogni modo ostacolato e combattuto: con fantasiosi dazi espliciti (meno pasta, più pop-corn) ed occulti (più soldi alla NATO); con pretese territoriali (Gran Bretagna, Danimarca); con aperte interferenze politiche (meno regole, meno norme, meno unità europea).
Ce n’è abbastanza, quanto meno, per iniziare a valutare l’opportunità di considerare la Cina, se non proprio un amico, un «non-nemico».
Insistere nel voler definire «non-nemico» un Trump o un Putin, al contrario, somiglia ogni giorno che passa ad una pia quanto inappropriata e pericolosa illusione.

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