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Conferenza scappa

È il nuovo format inaugurato ieri dal/la presidente del Consiglio dei ministri in occasione dell’annuale conferenza stampa di fine/inizio anno: i giornalisti non possono fare domande, ma proporre un tema sul quale il/la presidente esprimerà la propria opinione, e quel tema sarà chiamato «domanda». Alla quale, s’intende, il giornalista non potrà in alcun modo controbattere. 

Chiacchiere e manette, per intendersi.

Quel che dalla libera incontrastata conversazione del/la conferenziere/a è emerso, è il conflitto di interessi di una persona spesso costretta a cambiar d’abito tra i quattro di cui contemporaneamente dispone: a) presidente del Consiglio; b) deputata del Parlamento; c) presidente di partito; d) borgatara garbatellara.

Pur contenendosi, stavolta, sul lato d), non ha saputo fare altrettanto sul lato c), schierandosi contro la Magistratura in pieno assetto da guerra referendaria, sfoderando per arma l’usurata tesi che la polizia (ministro dell’Interno) acchiappa, ma la Magistratura libera.   

Rispondendo alla domanda (tema) del giornalista di RTL 102.5 circa la scarsa tutela della sicurezza nelle città italiane, così ha risposto la depucapoborgopresidente: 

«Credo che, se vogliamo garantire sicurezza per i nostri cittadini, occorra anche lavorare tutti nella stessa direzione. […] Ricordo il caso dell'Imam di Torino: la polizia ne dimostra la pericolosità per i suoi contatti con i jihadisti, il Ministro Piantedosi ne dispone l'espulsione e l'espulsione viene bloccata. Lo scorso Novembre una mamma ha ucciso il figlio di 9 anni, era stata più volte denunciata dalle Forze dell'Ordine e dai servizi sociali per i pregressi tentativi di omicidio del figlio, l'autorità giudiziaria aveva ritenuto di lasciarla a piede libero. Sempre lo scorso Novembre, ad Acerra una persona viene arrestata mentre sversava tonnellate di rifiuti nocivi nella Terra dei fuochi. È stato arrestato grazie ai provvedimenti del Governo nel Decreto Terra dei fuochi, dopo poche ore è stato rimesso in libertà dall'autorità giudiziaria. Io posso farle decine di questi esempi e chiaramente quando questo accade non è solamente vano il lavoro del Parlamento, è soprattutto vano il lavoro che fanno le Forze dell’Ordine...».

Il format della «conferenza scappa» non consentiva alcuna replica. Che da parte nostra (non sapremo mai quale sarebbe stata quella del mancato giornalista) non sarebbe potuta esser altro che la dirimente domanda: «Agendo come hanno agito, e come Ella ha così mirabilmente ricordato, i magistrati inquirenti hanno osservato la Legge o non hanno osservato la Legge?». 

Perché se quei magistrati hanno osservato la Legge, ogni eventuale colpa ricadrebbe sul Parlamento, che quella legge l’ha scritta. Se invece non l’hanno osservata, la colpa ricadrebbe sul singolo magistrato. Non certo sull’intera Magistratura. Dunque?

Emerge l’ombra di un disegno governativo volto a far ricadere sulla Magistratura responsabilità che sono invece proprie non solo del Parlamento (scrivere ed eventualmente modificare ed aggiornare le leggi), ma anche – e soprattutto – del Governo (Ministero della Giustizia), al quale competono invece gli aspetti organizzativi della macchina giudiziaria. 

Il magistrato, per dira in breve, è un prete che canta messa, ma lo spartito glielo scrive il Parlamento e la chiesa gliela costruisce il Governo, che assume anche il diacono, il sagrestano, il guardiano... 

Un magistrato non può costruire ed attrezzare aule, preture e tribunali, o assumere impiegati e cancellieri (spetta al Governo), e ancor meno può scriversi da sé le leggi (spetta al Parlamento). Può solo appurare, nelle sedi che già esistono, se la Legge che già esiste sia stata violata o meno (se è un magistrato inquirente). E nel caso lo sia stata, valutare come e quanto punire i colpevoli (se è un magistrato giudicante). Perché ogni legge lascia ampi margini di discrezionalità: se un reato prevede come pena la reclusione da due a sei anni, sarà compito del magistrato giudicante stabilirne l’entità all’interno di quel prestabilito intervallo. Ed anche in quel caso sarà sempre possibile al condannato opporsi prima in appello e poi, eventualmente, in cassazione. 

«Lavorare tutti nella stessa direzione», come auspica la conferenziera in fuga, è forse un’esortazione da rivolgere in primo luogo al Parlamento e al Governo, e solo in ultima istanza alla Magistratura, che opera applicando le norme scritte dal primo con gli strumenti messi a disposizione del secondo. 

Certo: alcuni processi durano dieci o vent’anni, ed è a dir poco scandaloso. Ma nulla con ciò ha a che vedere la tortuosità di leggi mal scritte o in contrasto con precedenti leggi mai abrogate? O la carenza di sedi, strumenti e personale nei palazzi di Giustizia? Possibile che la colpa di un fiasco sia sempre dell’attore e mai dello sceneggiatore o del regista?

Ultima ciliegina, non si comprende per quel motivo la non-intervistata abbia introdotto il proprio intervento con il programmatico auspicio: «Se vogliamo garantire sicurezza per i nostri cittadini...».

Nessuno ha spiegato alla multititolata che la sicurezza personale è (dovrebbe essere) garantita a tutti, non soltanto ai «cittadini»? Anche a chi si trova occasionalmente sul suolo italiano per turismo, per studio, per lavoro, per affari, per fiere, per convegni...? 

E non dalla Magistratura, ma dal Governo?

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