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Brutta Storia!

Quando due uomini di valore si confrontano in un duello, è sempre il migliore a vincere. Talvolta sul lungo periodo, quando la Storia decide di riequilibrare i piatti della bilancia in base ai quali formula i propri giudizi: stessa marca di quell’altra, più piccola, che sta tra le mani dell’umana Giustizia. 

Quando invece la lotta è tra due malvagi, è sempre il peggiore a trionfare. Il più spregiudicato, il più sanguinario, il più spietato. Ma solo nel breve periodo, s’intende. Prima che la Storia, anche in quel caso, si esprima. 

Così le vittorie dei buoni sono destinate a durare nel tempo, mentre quelle dei malvagi sono a dir poco effimere. 

Se Al Capone fosse diventato sindaco di Chicago, come ardentemente ambiva, avrebbe certo fatto miglior figura di quel palazzinaro maneggione e analfabeta del Queens imbucatosi in una Casa mai così Nera. 

Ma altrimenti ha operato la Storia, e nella stanza dei bottoni (e che bottoni!) s’è appoltronato un borgataro fallito, insoddisfatto della propria insulsa ed inutile vita quanto bramoso di gloria, di ammirazione, di rispetto: tre beni che non si acquistano al supermercato, che neanche l’oro di Fort Knox potrà mai comprare. Al contrario di quel farlocchissimo «Premio per la Pace nel Mondo», firmato (e pagato) FIFA, che sta ad un vero Nobel come la Barbie ad una splendida donna in carne ed ossa.

Misere consolazioni. 

La brutta gente si riconosce a vista, perché ama circondarsi di brutti oggetti e di brutte persone, scrive e dice brutte cose, e ne fa di peggiori. 

Basta un rapido sguardo alla paccottiglia da mercatino di Natale con cui il Pannocchia ha imbastardito gli ambienti un tempo eleganti della Casa Bianca, o ascoltarne i malconsigliati consiglieri, o il turpiloquio di periferia elevato a lingua ufficiale del Governo Federale. Senza tralasciare la marea di filmini bimbominkia dove è possibile osservare il biondo Al Cafone impersonare ora un re, un papa o un dio; ora sorbire cocktails su spiagge ancora olezzanti di cadaveri; ora scaricare sui manifestanti, lordandoli, abbondanti parti di se stesso (Al Cagone?)... 

E non parliamo di «amicizie» (personaggi di tal genere i veri amici neppure sanno cosa siano)! Parliamo di compagni di merende: ieri le cosche mafiose di Chicago, Atlantic City o New York, oggi i Putin, gli Orban e le centinaia di incalliti criminali che il Presidente Prenditutto grazia e promuove ogni giorno a piene mani.

Incapace di risollevare come promesso la disastrata economia degli States – divisi tra ricche nazioni costiere (California, Washington State, Florida, New York, Maine...) felicemente sopravvissute alla fine dell’Età Industriale, e Stati interni impoveriti e regrediti in pochi decenni –, umiliato dal capomafia Putin che ne ha fatto il suo pupazzetto preferito, ignorato dal più concreto Xi Jinping, che attende di vederne passare il cadavere sul fiume, il Chiappofacciuto dal ciuffo canarino ha scelto di rimescolare le carte e distrarre il popolo MAGA aizzandolo contro nemici immaginari. Meglio se minuscoli, disarmati, deboli e ricchi. Come il Venezuela: dieci volte più piccolo degli USA, ma del tutto indifeso e gonfio di petrolio. 

Col pugnale ancora lordo di quel sangue minaccia adesso spiagge e campi da golf della vicina Cuba (cento volte più piccola degli USA), così come la pacifica Colombia (dove l’America, made in Colombo, è nata!) e persino un regno alleato come la Groenlandia: l’isola più grande del mondo ma anche la più spopolata: 56.000 indigeni disseminati su un territorio esteso quanto cinque Californie. 

«Questioni di sicurezza», si giustifica il Puzzone ingiallito. Scordando non solo gli impegni sottoscritti con l’antica alleanza (NATO), ma anche l’esistenza in Groenlandia (dal 1958) di una base militare USA a Pituffik, con strutture aerospaziali ed armamento nucleare. Che si senta minacciata da quei 0,03 abitanti per kmq, equipaggiati di tutto punto con slitte e cani e inattaccabili nei loro inespugnabili igloo? Resistenti alle bombe ma non a un buon getto d’acqua calda?     

Un gesto disperato, quello dello strascicaparole di Washington. La tarda mussolinata di chi dichiara guerra al mondo intero nel tentativo di ingannar la fame di una popolazione immiserita dal suo e da altri malgoverni.

Come andrà a finire, sta scritto da tempo tra le mille pieghe dei libri di Storia. Quelli di cui i Trump e i Putin ambirebbero esser tra gli autori, anziché tra i più squallidi personaggi. O – ancor peggio – tra silenti e velocissime comparse/scomparse.

«La Storia non ha nascondigli», osservò De Gregori in tempi non sospetti,

È una battaglia persa in partenza, quella dei Trump e dei Putin. Il triste quanto inutile combattimento di chi non ha saputo dare altro scopo alla propria esistenza se non quella della propria (inutile) sopravvivenza. 

Ominicchi offuscati dalla superbia di chi vorrebbe atteggiarsi a Sole pur di vedere il mondo girare intorno a sé, rinunciando a farsi mondo per godere invece di quel Sole che, per sua generosa natura, girerebbe volentieri intorno a lui. 

Quel medesimo Sole che, senza compenso alcuno, tiene in vita l’umanità ed ogni altro essere vivente. Nato per dare, senza nulla ricevere in cambio. Quel Sole che i Trump, i Putin, i Kim Jong (e via inabissandosi fino alla peggior feccia ungherese o lombarda) pur invidiandolo, vorrebbero in realtà veder spento per sempre. 

 

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