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Undici Autocomandamenti

Io sono il Presidente degli Stati Uniti d’America, Dio di me stesso! 1. Non avrò altro dio all’infuori di me. (A parte il denaro, il potere, il petrolio, Putin e lo specchio di casa).  2. Non smetterò mai di gridare al mondo il mio nome. Invano. 3. Amo santificare le mie feste. Con archi di trionfo, intitolazioni di aeroporti, stadi, scuole, teatri, Nobel, monete e banconote con la mia firma e quadri con il mio volto. E al Monte Rushmore ho mille scalpellini al lavoro  4. Nulla mi riesce meglio del disonorare ad ogni ora del giorno e della notte il nome di mio padre e di mia madre. Se mai ne avessero avuto uno. 5. È cosa buona e giusta poter impunemente uccidere quei milioni di persone che non mi vogliono bene. E mi sto attrezzando per ucciderne a miliardi.  6. Nulla mi è mai riuscito meglio del commettere atti impuri. Quasi non avessi mai fatto altro! 7. Adoro rubare. È stato il mio primo mestiere. Lì ho saputo dare il meglio di me stesso. In cambio del meglio di casa d’...
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Edotta e abbandonata

Tra un un missile e una bomba, il cervello vagante di Washington ha pensato bene sganciare anche un Melone. Ordigno non esplosivo, se tenuto a distanza dai microfoni, ma inservibile zavorra agli occhi assatanati del volubile dittatore della Tana Bianca.  Le colpe della minuta signorina sgarbatellitaliana? Tutte e nessuna. A cominciare da quel suo Dio (così diverso dal Dio Trump!), da quella Patria (che non lascia atterrare i bombardieri di Trump!), da quella Famiglia (non abbastanza «famigghja» per potersela comprare negoziando con la lupara in mano). Peggio che in Vaticano! Dove il Pannocchia, se non altro, s’è scontrato con un pari grado: un capo di Stato contro un capo di Stato. Per quanto doverosamente peso massimo il primo e peso piuma (d’angelo) il secondo. Sbattuto il muso contro un Vaticano che pur non s’estende oltre la metà del suo campo da golf, ha preferito scendere di categoria: meglio un peso mosca, stavolta. Presidente sì, ma giusto del Consiglio. Per giunta sua vecc...

Teocrazie

Il triste spettacolo dello Stato più potente al mondo che riversa caterve di minacce e insulti sullo Stato più piccolo del mondo, è un inaspettato regalo a tutte le teocrazie. Inclusa quella teocrazia sciita, oggi al potere in Iran, contro la quale lo spiumato tacchino di Washington va da settimane inutilmente misurandosi e consumandosi.  Meglio allora rivolgere le spuntate armi contro il minuscolo, innocuo e disarmato staterello di Leone XIV?  Se tra le nere stanze della Casa Bianca ancora s’aggirasse qualche superstite esemplare della specie umana, avrebbe forse informato il Pannocchia che per dieci lunghi secoli anche la Chiesa Cattolica è stata una sanguinaria teocrazia, pronta ad impadronirsi delle terre altrui con possenti armate, milizie popolari, spedizioni crociate. Uno Stato Pontificio centomila volte più vasto dell’attuale Stato del Vaticano, con proprie attive rappresentanze in quattro continenti. Perché gli Stati Uniti non l’hanno attaccato allora, lo Stato della ...

Da pari a pari

Tra Capi di Stato, ossia tra due pari grado, come di fatto e di diritto sono Donald Trump e Papa Leone, dovrebbe quanto meno vigere, se non il reciproco rispetto, l’attenta osservanza dell’etichetta.  Valeva tra gli antichi cav Netanyahu alieri, tra gli imperatori e i re. Non vale tra i pugili di periferia, più avvezzi ad insultar l’avversario a debita distanza che non a misurarsi faccia a faccia sul ring.  Ma il Buzzurro del Queens, si sa, in quanto a etichetta neppure conosce quella della birra, che beve rigorosamente in lattina. Così, non trovando uno Stato più piccolo con cui prendersela, dopo i pinguini antartici, i 58.000 Groenlandesi o i disastrati Cubani senza più acqua né luce, ha pensato bene di metter sotto tiro quei 0,44 kmq dello Stato del Vaticano (appena più piccolo del campo da golf di Mar-a-Lago) puntando minacciosamente il dito contro il connazionale Papa Leone XIV, alias Robert Francis Prevost da Chicago, colpevole in primo luogo d’aver predicato e di predic...

Bentornati!

Bentornati. L’Europa c’è, c’era e c’è sempre stata. Anche quando l’Ungheria ha provato ad allontanarsene, in direzione del rozzo padrone che già l’ebbe per quarant’anni schiava.  L’Unione Europea è restata qua ad attendervi. Le acque che bagnano il vostro Paese son le stesse su cui si specchiano Austria, Germania, Slovacchia, Croazia, Bulgaria, Romania, Moldavia, Ucraina. Siete l’Europa, e sebbene la corrente vi spinga tra le braccia del vostro antico padrone, pensate ai tanti che stanno immolando le loro vite, in Ucraina, per risalirlo, quel fiume. Ha vinto un uomo della Destra. Quella vera. Ha perso l’alfiere del risorgente Neofascismo, Orbán. Un uomo, Péter Magyar, nazionalista già nel cognome, che con Viktor Orbán ha collaborato per più di vent’anni. Il solo, forse, capace di smontare il giocattolo per vedere com’è fatto dentro. E, una volta scopertolo, buttarlo infine nell’immondizia. Non come le cose vecchie, che sfidano i millenni nelle sale dei musei, ma come le cose rotte,...

O la Borsa, o la vita!

Mai di domenica. Mai con le Borse chiuse. Solo nei giorni feriali. Il martedì si semina, il mercoledì si raccoglie.  Il martedì si minaccia il mondo di imminente Apocalisse: i mercati tremano e le borse crollano. Il mercoledì si indietreggia di dieci passi e i mercati decollano. Chi ha comprato a mille, rivende a duemila. È un gioco facile. Ma solo per chi può accedere alle segretissime informazioni che la Cosca della Casa Bianca tiene rigorosamente per sé, al punto di minacciare apertamente d’arresto quei giornalisti sospettati d’aver fatto trapelare una sola virgola di quel che può casualmente giunger loro al naso dalle nere stanze di una casa non più bianca. Figuriamoci trasparente.  Ci fu un tempo, quando l’esplodere dell’Età industriale sommerse di denaro una Borghesia fono ad allora emarginata dall’Aristocrazia, in cui la ricchezza servì ai borghesi per conquistare il potere. Oggi, raggiunto quel fine, pare invece giunto il tempo di servirsi di quel potere per conquistar...

La NATO e il Morto

Immaginiamo che Trump sia un ragazzetto che ripete per la terza volta la terza media, e gli sia saltato il vezzo di malmenare un bimbo di quarta elementare per rubargli cuffiette e telefonino.  Due volte più grosso, si introduce nella classe accanto ed acchiappa il malcapitato per il collo. Inaspettatamente, la piccola vittima reagisce.  Trump, non contento di esser lui di gran lunga il più forte, si indigna di fonte a tanto non previsto coraggio (la sola virtù che spaventa i codardi) e chiede aiuto ai compagni delle medie che, sdegnati, non si uniscono all’azione criminosa. — Ma come! Non eravate i miei amici? — si inalbera il trumpoteppista.  — Proprio perché lo siamo è nostro dovere tentar di distoglierti dal compiere un’azione tanto vigliacca e rivoltante. Ma se proprio ci tieni, trova la forza e il coraggio per portarla a termine da te. Quanto a noi, faremo finta di non vedere.  — Non siete miei amici, allora! E mai più lo sarete! Non so che farmene di amici com...