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Vegani in macelleria

Così si sente un uomo di senno al cospetto dell’urna elettorale: come un vegano in macelleria.

Inutile che da dietro il bancone in molti gli decantino pregi e qualità di questo o quel taglio, le cure dell’allevatore o le caratteristiche organolettiche del prodotto: al malcapitato vegano non resterà che voltare le spalle e cercare inutilmente altrove ciò di cui ha realmente bisogno.

I vegani elettorali, in Italia, han toccato punte del 56%, e sono in continua ascesa. 

I carnivori festeggiano: meno persone vedono intorno alle urne, meglio è per loro. Liberi di svuotare le celle frigorifere ed ingozzarsi indisturbati a proprio piacimento.   

Ma questa è al momento l’unica offerta alle urne. Neofascisti con la licenza elementare o spacciatori di idee senza qualità da svendere ad elettori con ancor meno qualità. Rincitrulliti dai quiz televisivi, dai videopeti di tiktok, dai gratta e perdi, dalle pasticche a poco prezzo, dalla certezza dell’impunità. Il voto degli animali, dopotutto, conta quanto quello degli umani, ma costa meno.

Neppure si sente in giro una particolare fame di idee. Di idee – giuste e sbagliate – nell’età della comunicazione ne circolano già a milioni. Quel che manca è forse la capacità di distinguere le buone dalle cattive, motore primo di ogni vera libertà (pensiero di Gramsci). Ma il rumore di fondo è ormai tale che pochi, pochissimi, riescono a distinguere l’armonia di una pregevole sequenza di note nel vasto mare di suoni indistinti, privi di ogni significato o di senso, che li circonda. E ancor meno son quelli che una gradevole armonia sono ancora in grado di comporla e proporla. 

Che la partita si giochi a centrocampo, l’hanno intuito in molti. L’equilibrio sta nel centro, e lì vivono le persone equilibrate, ostili ad ogni genere di squilibrio. E ciò nonostante mancano nell'arena politica i buoni centrocampisti, impegnati come sono chi alla difesa (dei vecchi privilegi) chi all’attacco (nel desiderio di impadronirsene). 

Lo spettacolo di due politici ringhianti l’uno contro l’altro, d’altronde, come quello recentemente offerto da un Renzi e da un Calenda, in quale misura può attrarre il voto degli elettori moderati, in caccia di leader dai toni non digrignanti ma, all’opposto, moderati?

Miglior bottino va raccogliendo Tajani, che all’interno di una maggioranza come quella di cui fa (faticosamente) parte, passa per moderatissimo: in quella malassortita congrega, il solo capace di esprimersi in lingua italiana senza strillare e senza necessariamente ricorrere all’ormai imprescindibile turpiloquio. 

Ma il taglio impiegatizio del buon Tajani, per quanto rassicurante, non è in grado di farne un leader che possa trascinare le folle. E ancor più debole appare il suo messaggio politico. 

Non basta una generica esortazione ad abbassare il rumore di fondo. Senza una musica che possa meglio sostituirlo, altro non resterebbe che un rumorosissimo silenzio. Il silenzio del nulla. Quell’accondiscendente tacere al quale infine ambisce ogni potenziale dittatura.

D’altra parte, se anche esistesse tra la folla un potenziale leader con un disegno politico di valore, realmente teso all’unità e al progresso della nazione e dell’unione, in quale luogo potrebbe mai esplicitarlo e proporlo? Sui giornali che nessuno più compra e più legge, trasformati in bollettini aziendali? Sulla televisione di Stato al servizio esclusivo dei temporanei padroni di quello Stato? Nei talk show oggi evoluti in veri e propri spettacoli circensi? Nei libri che si perdono in un mercato dove – solo in Italia – se ne pubblicano poco meno di trecento al giorno? 

Nell’assordante rumore di fondo, emerge chi sa strillare più forte. Indipendentemente da quel che dice. Anzi: più è assurda la tesi, più son le possibilità che qualcuno lo ascolti. Chi contesta la sfericità del pianeta, o l’efficacia dei vaccini, o l’autorità delle istituzioni, o le stesse leggi che lo Stato si è dato, o la veridicità della Storia, guadagna facilmente la ribalta. I fuochi d’artificio, brevi ed inutili ma spettacolari e chiassosi, attraggono più dell’umile fiammella che cuoce le pietanze con cui ogni giorno ci nutriamo. O del paziente incedere della fiamma olimpica nel lento e difficoltoso viaggio verso l’ambita meta.

E fuochi d’artificio son quelli che oggi paiono trionfare un po’ ovunque nelle urne. 

Apparentemente innocui, quando controllati e circoscritti, ma pronti a divampare in pericolosi e inestinguibili incendi, quando circondati da nient’altro che sterminate praterie di sterile paglia secca.


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