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Andarsi a nascondere

C’era una volta la vergogna. Quello strano sentimento grazie al quale un animo onesto e sensibile – temendo la disapprovazione di quanti gli stanno più a cuore di fronte ad un suo volontario quanto involontario possibile errore – prova egli per primo una sorta di ripugnanza verso se stesso e sente impellente il bisogno di andarsi a nascondere. Di lasciare per un istante il palcoscenico per andarsi a rinchiudere in bagno. E lì piangere sui propri sbagli. Se non sulle proprie colpe. 

Ebbene: provare vergogna è proprio dei grandi uomini. Perché rappresenta la misura della considerazione che una persona riserva a coloro che gli stanno accanto. La disapprovazione dei quali suscita in lui dolore. Un dolore che Iddio ha per di più voluto che si manifestasse pubblicamente attraverso il rossore del viso. Un dono riservato agli esseri umani, negato agli animali.

Che la vergogna sia un sentimento positivo, lo dimostra il fatto che il suo contrario – l’essere senza vergogna, uno svergognato – non è certo considerato un complimento, quanto piuttosto un insulto.

Origine della vergogna può essere un comportamento premeditato e volontario, come il mettersi in tasca senza pagarla una boccetta di profumo al duty-free dell’aeroporto. Ma soprattutto è la conseguenza dell’esser stati colti in fallo. 

Un ladro non scoperto è un Arsenio Lupin: un ladro gentiluomo. Un ladro sorpreso a rubare è un criminale. Se è un cialtrone, prende a pugni chi lo ha provvidenzialmente fermato. Se è un uomo, invece, prende a pugni se stesso. Ossia: prova vergogna. 

Che dire, allora, dinanzi al triste spettacolo di un uomo pubblico – destinato dal proprio ruolo a proporsi come fulgido esempio per quel popolo che amministra – il quale, colto clamorosamente in fallo, non solo non prova alcuna vergogna ma tenta in ogni modo di difendersi, negando o sottovalutando le cause?

Il primo gemito degli svergognati è il «Ma non è un reato!». E a chi obietta loro che non tutte le colpe costituiscono un reato, ma restano pur sempre colpe, la risposta è un altrettanto convinto «Ma non è colpa mia!». E a chi gli ricorda che per provar vergogna non è necessaria una colpa, ma è talvolta sufficiente una qualche pur involontaria debolezza, come l’addormentarsi in aula, balbettare in tivù, cader preda del meteorismo o inciampare sulla scaletta dell’aereo (cose che capitano ai più alti presidenti!), risponde che lui è «Pronto a denunciare»! 

Se il senza vergogna non è capace di arrossire, tanto meno sente il bisogno di andarsi a nascondere. Anzi! Coglie l’occasione per rafforzare ancor più la propria presenza nell’inutile (se non controproducente) tentativo di difendersi. E tanto più maldestramente lo fa, tanto più aggiunge vergogna a vergogna. 

Che dire? Quando Mario Draghi, a capo dei ministri, ebbe i primi sentori di una certa insoddisfazione da parte di alcuni che pure gli avevano promesso fedeltà, non esitò un istante nel salutare e far le valigie, lasciando i capricciosi ai loro capricci per dedicarsi a cose ben più importanti e serie. Ben sapendo quanto l’onore valga assai più di una momentanea poltrona. 

C’è invece chi, colto in fallo, come i bambini batte i piedi sul pavimento a piastrelle unificate alternando i versi di scherno alle proteste, alle minacce e alle lacrime. Quando farebbe invece meglio a rinchiudersi in silenzio nella sua cameretta a meditare sui propri errori. Per uscirne poi più forte e più credibile di prima. 

Magari un po’ più adulto. 

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